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La crisi di legittimazione del governo rappresentativo. Riflessioni sulla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014

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1. La volontà dell’elettore, l’elezione, l’orientamento politico del corpo elettorale e il premio di maggioranza.

La sentenza della Corte costituzionale 1/2014 ha dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza e le liste bloccate previsti dalla legge 270/2005 perché li ha ritenuti in contrasto con l’art. 67 (il parlamentare rappresenta la nazione), con l’art. 48 (l’uguaglianza del voto) e marginalmente o di conseguenza con altre disposizioni costituzionali.
A proposito della questione della rappresentatività, la Corte costituzionale afferma che la previsione di un premio di maggioranza senza predeterminazione di una soglia minima di voti o di seggi ottenuti per assegnarlo: a) produce «una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica (…) e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto»; b) consente «una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare»; c) «determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea (…) eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica».
I rilievi sub a) e c) sono quantitativi e apparentemente uguali. Quindi censurano non la compressione o la divaricazione in sé, ma la loro misura eccessiva. Quello sub b) è qualitativo, sebbene anche questo attacchi non la compressione in sé, ma il fatto che la legge non ponga un limite. Tuttavia, il senso complessivo dell’obiezione è chiaro: non ponendo limiti al numero dei parlamentari eleggibili col premio, secondo la Corte costituzionale il sistema elettorale determina una eccessiva e perciò incostituzionale lesione della rappresentazione parlamentare.
Il rilievo della divaricazione tra la composizione del parlamento e la volontà espressa dagli elettori col voto, è ambiguo perché confonde aspetti diversi.
L’elezione può essere imputata soltanto alla volontà degli elettori. E’ quindi palesemente illegittimo un sistema elettorale che consenta l’elezione di chi non è stato votato; e ciò a prescindere dalla misura dell’alterazione del voto. Sicché quando il sistema elettorale determina o consente una contraffazione della volontà elettorale, non ha senso chiedersi se l’alterazione sia eccessiva o proporzionata. Sicuramente è insostenibile la rappresentatività democratica del parlamentare non eletto. Forse si può dire che è accettabile l’elezione di pochi parlamentari non votati abbastanza, cosicché nel complesso l’assemblea parlamentare rispecchia l’orientamento politico espresso dagli elettori. Ma questo è un altro discorso: implica l’interpretazione politica del voto e dell’elezione per stabilire se dal punto di vista della rappresentazione politica vi sia corrispondenza tra l’uno e l’altra, cioè se l’elezione corrisponde perlomeno abbastanza all’orientamento politico espresso dagli elettori col voto.
 

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