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GROSS C. SVIZZERA: LA CORTE DI STRASBURGO CHIEDE ALLA SVIZZERA NUOVE E PIÙ PRECISE NORME IN TEMA DI SUICIDIO ASSISTITO

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SOMMARIO: 1. Introduzione. L’assistenza al suicidio in Svizzera. 2. La  decisione della Corte. 3.Alcune osservazioni critiche sul margine di apprezzamento lasciato agli Stati.


1. Introduzione. L’assistenza al suicidio in Svizzera.
Con la sentenza Gross. c. Svizzera del 14 maggio 2013  la Corte europea ha dichiarato che la normativa svizzera viola l’art. 8 della Cedu laddove non precisa in modo sufficientemente chiaro le condizioni per accedere al suicidio assistito.
La decisione in esame conferma che la prospettiva adottata dalla Corte di Strasburgo nell’esaminare i ricorsi individuali contro decisioni nazionali in materia di eutanasia e suicidio assistito si muove principalmente all’interno dell’interpretazione dell’art. 8 e non dell’art. 2 Cedu: fin dal caso Pretty c. Regno Unito del 2002, infatti, la Corte ha ritenuto che il diritto alla vita garantito dall’articolo 2 non può essere interpretato nel senso che comporti un aspetto negativo, conferendo ad ogni individuo il diritto di scegliere la morte piuttosto che la vita. Non è cioè possibile derivare da questa disposizione un diritto di morire, sia per mano di un terzo sia con l’assistenza di una pubblica autorità . Il dovere degli Stati di proteggere la vita umana correlato a questo articolo comporta che negli ordinamenti che ammettono e regolamentano ipotesi di assistenza al suicidio sorga un obbligo positivo di istituire adeguate procedure di controllo che garantiscano che le decisioni di porre fine alla propria vita corrispondano alla libera volontà degli interessati .
 

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